Artista, performer, animatrice culturale: Anna Paparatti è stata una figura poliedrica e centrale nel formidabile scenario della Roma degli anni Sessanta e Settanta. È il suo sguardo di protagonista e osservatrice eccezionale a guidarci in una lettura inedita di quel periodo, restituendone l’atmosfera sperimentale, il senso di libertà, l’apertura internazionale, l’anticonformismo. La mostra, a cura di Alessio de’Navasques per EDDart, project space di Elena del Drago, ricostruisce questo tessuto di rapporti e incontri con un focus particolare dedicato a Pino Pascali, amico fraterno di Anna Paparatti dagli anni degli studi e fino alla tragica morte, e attraverso opere di Toti Scialoja, Renato Mambor e Cy Twombly.
Il titolo “Il Grande Gioco” – che s’ispira a quello di uno dei primi dipinti di Paparatti del 1965 – allude alla dimensione ludica come a un rituale spontaneo e liberatorio, una pratica di ricerca dissacrante, ma profonda che svela l’essenza del reale: ed è l’incipit per percorrere l’intreccio di arte e vita che ha caratterizzato quegli anni. Prima artista italiana a far parte del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina, compagna per vent’anni di Fabio Sargentini con cui condivide la straordinaria esperienza della Galleria L’Attico, Paparatti partecipa ad azioni artistiche che segneranno un’epoca, collabora all’ideazione di festival che portano a Roma il meglio della scena artistica e musicale mondiale, crea scenografie e disegna manifesti.
La pittura è il suo medium prediletto, attraverso una ricerca in cui l’immaginario dell’Arte Tantrica l’accompagna costantemente, riletto come una personale cosmogonia. Una selezione di mandala dipinti apre idealmente la mostra: ultima produzione dell’artista, questi diagrammi mistici sono una caleidoscopica rappresentazione del gioco universale. È l’esito di un iter artistico e spirituale che inizia con due opere del 1965, “Il Gioco del Non Senso” e “Le Jeu de l’Absurde”, tempere su tele antiche.
Figura centrale nel percorso espositivo è Pino Pascali, l’artista sciamano che con la sua dirompente energia creativa ha rappresentato forse meglio di chiunque altro questo momento unico, ricco di fermenti culturali. Per Pascali il gioco è un vero e proprio medium artistico, un campo libero vivo, essenziale per l’invenzione e la trasgressione, non per deridere ma per mostrare il lato ludico e l’importanza dell’ironia. Le opere esposte coprono un periodo che va dal 1963 al 1967, anno prima della sua scomparsa: gli anni di formazione appaiono così fertili e profondamente stimolanti, assumendo un ruolo considerevole nel delinearsi di un immaginario in grado di suscitare curiosità e interesse, di innestare un rinnovamento dei linguaggi del contemporaneo.
Un grande tavolo accoglie una selezione di fotografie e documenti dall’archivio di Anna Paparatti, disegnando uno spaccato per immagini di quel periodo. Dagli scatti con Pino Pascali e le celebri armi giocattolo nello studio a Boccea, alle immagini delle azioni artistiche, delle performance, dei festival e dei legami con figure come Deborah Hay, Richard Serra, Joan Jonas o Philip Glass, fino al ruolo centrale dell’abito come strumento espressivo e medium artistico, emerge la costellazione di rapporti, amicizie, affetti e tensioni che ha attraversato la Roma dell’arte di quegli anni. È prevista la pubblicazione di un catalogo dedicato alla mostra, con testi del curatore Alessio de’Navasques e di Maria Alicata.

