La mostra si compone di due nuclei di opere — comprese tra il 1970 e il 1972 da un lato, e tra il 1977 e il 1980 dall’altro — le quali aprono e chiudono una fase fondamentale della ricerca di De Filippi, che complessivamente è dedicata al posizionamento teorico di una ideale figura di artista all’intersezione di traiettorie culturali in cui la storia dell’arte si somma all’antropologia e alla filosofia antica, secondo un radicale senso di discendenza archetipica di tutti i significati — inclusa quella dello stesso artista a cui il titolo della mostra rimanda. In quegli anni si compie il passaggio dalla primitiva esplorazione, comportamentale e scultorea, dei temi speculari del corpo anatomico e corpo linguistico, alla successiva sintesi iconografica di questi stessi temi, dapprima attraverso l’uso del disegno, e poi nel definitivo abbraccio di una pittura concettualizzata. La visione fondata sull’antico è, fra le altre, quella di «un’arte popolare», narrata in sequenza e in uno spazio ideale, senza margini né sponde — come nelle icone bizantine — che interessa la messa in atto del corpo e dello spazio.
In mostra è documentato l’intero percorso operativo che, da gennaio a giugno del 1970, prepara le azioni e le sculture che formeranno Antropologica, l’evento espositivo che avrà poi luogo a Torre Astura nel mese di luglio, centrato sul getto in mare del calco del corpo dell’artista, e che tra l’altro segna l’inizio della fruttuosa collaborazione di De Filippi con Gian Tomaso Liverani e la galleria La Salita. Durante l’inaugurazione verrà replicata l’azione Chiedo il sosia – sosia (Narciso), concepita alla galleria Schema nel 1972. Come svelato dal titolo dell’artista, si tratta di una domanda e una risposta risolte su sé stesso, riprendendo il tema della doppia identità e della pittura intesa in chiave mentale; i bicchieri “contengono” l’azione così come il libro letteralmente contiene il capo di un corpo immobile che non vede.
Due opere più o meno coeve — Autoritratto impossibile (un primo dipinto di piccole dimensioni esposto al centro di una grande tela bianca nel 1972) e Levitazione (una fotografia del 1971) — distillano un carattere paradossale e metafisico della sensibilità artistica di De Filippi. Questo spirito è destinato a permeare la pittura — qui presente con due esempi cardinali: Tre figure con inserto (1977) e A. in posizione di equilibrio (1980) — e la straordinaria serie di disegni che impegna l’artista per svariati anni, incentrata su una dimensione più sociale e drammatica, sorta di virtuosismo di forme, costumi e tipi umani, che Mario Diacono etichettò come “social-barocco”. Di questa serie, che include numerosissimi disegni su carte di piccolo e medio formato — come il Senza titolo (testa) del 1978 — qui troviamo dei più rari esempi su cartoncino di grande formato, tutti del 1978: Folla; L’euforia e il dubbio; Tentativo euforico.
Questa mostra segue la recente pubblicazione di due volumi che approfondiscono l’opera di Ferruccio De Filippi, entrambi per le edizioni Cambiaunavirgola Spazio Etico (Roma), e i cui contenuti si ritrovano qui intrecciati. Euforia, Dubbio, Travestimento (2020), con uno scritto di Diletta Borromeo, propone una serie di disegni selezionati insieme all’artista e tratta il nodo cruciale che dall’arte concettuale viene poi risolto in pittura. Io sono un frammento archeologico (2022) è il volume che Pasquale Polidori ha dedicato a Ferruccio De Filippi all’interno del progetto artistico Solventi, rivolto alla lingua come medium dell’arte visiva. Oltre ai testi di De Filippi e di Polidori, il volume contiene una ricchissima documentazione fotografica dei lavori di De Filippi tra il 1970 e il 1974, ad opera di Mariella Bolzoni.
L’intera documentazione fotografica è opera di Mariella Bolzoni e le stampe sono state realizzate da negativi originali dal laboratorio fotografico professionale Fotogramma24 Bugionovi & c.
